FST Mediateca Toscana Film Commission

La Shoah nel cinema

Il Centro di Documentazione della FST Mediateca Toscana Film Commission possiede una vasta filmografia sulla Shoah, vale a dire sulla persecuzione, la deportazione e lo sterminio degli Ebrei che si perpetrarono in seguito all'affermarsi del nazi-fascismo in Germania e in Italia.

Diamo qui di seguito, con una presentazione di Guido Fink, scrittore e compositore, studioso della storia delle persecuzioni sugli Ebrei, l'elenco dei principali documenti posseduti, precisando che tutti sono a disposizione del pubblico per la consultazione o, nel caso delle scuole, per il prestito.


L'Amico Ritrovato (Reunion, 1989) di R. Jeny Schatzber

Arrivederci Ragazzi (Au revoir Ies enfants, 1987) di Louis Malle

La Caduta degli Dei (Götterdammerung, 1969) di Luchino Visconti

Concorrenza Sleale (2001) di Ettore Scola

Il Diario di Anna Frank (The Diary of Anna Frank, 1959) di George Stevens

Dottor Korzak (Korzak, 1990) di Andrzej Wajda

Il Giardino dei Finzi Contini (1970) di Vittorio De Sica

Giulia (Julia, 1977) di Fred Zinnemann

Il Grande Dittatore (The Great Dictator, 1940) di Charlie Chaplin

Jakob il Bugiardo (Jakob the Liar, 1999) di Peter Kassovitz

Jona che visse nella balena (1993) di Roberto Faenza

Kapò (1960) di Gillo Pontecorvo

Il Maratoneta (The Marathon Man, 1976) di John Schlesinger

Mr. Klein (Mr. Klein, 1976) di Joseph Losey

Music Box (Prova d’accusa, 1989) di Costa-Gavras

Nemici, Una Storia d'Amore (Enemies, a Love Story, 1989) di Paul Mazursky

Non Dire Falsa Testimonianza (Decalogo 8) (Dekalog osiem, 1989) di Krzysztof Kieślowski

Notte e Nebbia (Nuit ed brouillard, 1955) di Alain Resnais

L'oro di Roma (1961) di  Carlo Lizzani

Il Paesaggio dopo la Battaglia (Krajobraz po bitwie, 1970) di Andrzej Wajda

Il Pianista (Le pianiste, 2002) di Roman Polanski

Il Portiere di Notte (1974) di Liliana Cavani

Rosenstrasse (Rosenstrasse, 2003) di Margarethe von Trotta

La scelta di Sophie (Sophie's Choice, 1982) di Alan J. Pakula

Schindler’s List (Schindler’s List, 1993)di Steven Spielberg

Shoah (Olocausto, 1985) Documentario storico di Claude Lanzmann

Train De Vie (Un treno per vivere, 1998) di Radu Mihaileanu

La Tregua (1996)  di Francesco Rosi

Gli Ultimi Giorni (The Last Days, 1998) Documentario di James Moll

L'Ultimo Metrò (Le dernier métro, 1980) di Francois Truffaut

L'uomo del Banco dei Pegni (The Pawnbroker, 1965) di Sidney Lumet

Veronika Voss (Die Sehnsucht der Veronika Voss, 1981) di Rainer Werner Fassbinder

Vincitori e Vinti (Judgement at Nuremberg, 1961) di Stanley Kramer

La Vita è Bella (1997) di Roberto Benigni

Conspiracy (2001) di Frank Pierson

Uno Specialista. Adolf Eichmann (1999) Documentario sul processo di  Eyal Sivan e Rony Brauman

La Strada di Levi (2006) di Davide Ferrario [non ancora diosponibile]


Si segnalano inoltre i documentari prodotti recentemente da MRT:

Un Improvviso Inverno di Massimo Becattini e Giovanni M.Rossi

Il Patto del Silenzio di Massimo Becattini

Il Treno Della Memoria. Firenze-Auschwitz di Massimo Becattini e Giovanni M.Rossi


Per approfondire sul web:

http://www.olokaustos.org


Fondazione memoria della deportazione:

http://www.deportati.it/filmografia/default.html


Shoah Foundation:

http://www.usc.edu/schools/college/vhi/


Fondazione centro di documentazione ebraica:

http://www.cdecdbase.it/Home_page.asp?id_pagina=1&id=1





Presentazione

Questi titoli, scelti fra quelli disponibili nella Mediateca regionale, affrontano i temi del fascismo, del nazismo e della shoah, e sono più che sufficienti a organizzare una dozzina di cicli di proiezioni per le scuole di ogni ordine e grado: ma a pensarci bene servirebbero non solo alle scuole, ma anche a coloro che hanno dimenticato la storia di questi orrori o preferiscono dimenticarla, illudendosi che questi avvenimenti del passato non possano ritornare, nemmeno sotto altre forme e in altre parti del mondo. Anche se, a pensarci bene, bisogna prima decidere “a cosa serva” vedere questi film: quale sia la loro funzione, educativa, istruttiva, quale la loro caratteristica unificante nella grande varietà di stili, di trame, di autori. Possono “spiegare” a giovani e meno giovani cosa sia stata, cosa abbia significato e significhi la Shoah? Scriveva Giorgio Agamben in Quel che resta di Auschwitz, “non soltanto manca qui qualcosa come un tentativo di comprensione globale, ma anche il senso e le ragioni del comportamento dei carnefici […], incoraggiando l’opinione di coloro che vorrebbero che Auschwitz restasse per sempre incomprensibile”. Potrà la visione di questi film rendere “comprensibile” il genocidio? Forse no. Ma è un primo passo che sembra scontato ma è importante, un passo che è poi il significato di questa giornata, il 27 gennaio anniversario della liberazione di Auschwitz, trasformata in celebrazione europea prima e oggi mondiale: conservare il ricordo. E per ridiscendere dall’Europa e dal mondo alla nostra realtà locale, pare molto adatto anche all’italia di questi ultimi anni il monito di Yosef Haym Yerushalmi, docente alla Columbia University di New York: la necessità di ricordare è divenuta più urgente da quando hanno alzato la voce “coloro che fanno a brandelli i documenti, gli assassini della memoria, i revisori delle enciclopedie, i cospiratori del silenzio”.

Segnalo due film, uno presente in questo elenco, l’altro no, che fra loro non potrebbero essere più diversi, ma che rappresentano due capitoli a sé di straordinaria importanza nella storia della narrazione cinematografica dello sterminio nazista: Shoah, di Claude Lanzmann e Holocaust di Marvin Chomsky. Il primo si direbbe ispirato a una frase di Jean-Francois Lyotard, secondo la quale Auschwitz segnerebbe una catastrofe totale, “un terremoto che distrugge non solo le vite umane, gli edifici e gli oggetti, ma anche gli strumenti adoperati per misurare i terremoti”: e partendo da questo concetto non prova nemmeno a costruire un racconto coerente, ma spezza la narrazione in una serie di interviste a sopravvissuti o testimoni. E sono proprio i testimoni, quelli che in genere rifiutano di parlare di quel che avveniva nei campi di sterminio a poca distanza da loro; quelli che magari ammettono che in questa o in quella casa c’erano sì degli ebrei, ma non si sa dove siano finiti; oppure, nel caso vengano messi di fronte alla realtà dei fatti, ricorrono a un proverbio di egoistica saggezza: “se io mi taglio un dito agli altri non fa male”; ecco, sono questi esempi di “testimoni” forse gli esempi più istruttivi per chi, oggi, scopre sui banchi di scuola la storia recente del proprio paese e dell’Europa, l’orrore dei gesti criminali e l’orrore più banale, ma non meno agghiacciante, dell’indifferenza e del silenzio: - traendone, auspicabilmente, un qualche insegnamento sul significato odierno dell’essere cittadini liberi, capaci di informarsi, sapere, non distogliere lo sguardo, testimoniare. Holocaust, invece, concentra la storia di un popolo nelle vicende di una famiglia di ebrei tedeschi, i quali sono destinati a varie traversie: la notte dei cristalli, la deportazione prima a Buchenwald e poi ad Auschwitz, la disperata resistenza nel ghetto di Varsavia, la repressione in Russia e la strage di Babi Yar. E se tutto ciò è senz’altro lontanissimo dal rigore non solo artistico ma morale di Shoah, è pur vero che il formato di sceneggiato televisivo - che pure spezzava I già intricato plot con pubblicità di deodoranti e pannolini - ha fatto sì che Holocaust abbia raggiunto un pubblico vastissimo: si parla, dopo la seconda trasmissione dell’intera serie nel 1979, di centoventi milioni di spettatori nei soli Stati Uniti e di un milione e mezzo nella Germania Ovest; tra le conseguenze si citano la visita di Giovanni Paolo Il ad Auschwitz, nonchè la promulgazione in Germania di una nuova legge atta ad assicurare alla giustizia i criminali nazisti, e la fondazione, ad opera del presidente Carter, di una commissione americana sull’Olocausto.

Ma dopo queste due doverose citazioni occupiamoci di quello che c’è, ed è davvero molto. Fra questi film, il posto d’onore spetta a Il grande dittatore, non foss’altro perchè è di Charlie Chaplin e perchè è datato 1940, tre anni prima che l’America entrasse in guerra, mentre il presidente degli Stati Uniti esitava a bombardare le linee ferroviarie che cominciavano a trasportare gli ebrei arrestati dai nazisti o dai loro complici, fascisti italiani compresi, in carri bestiame - e pagando il relatjvo biglietto - verso un destino atroce e inimmaginabile. E’ un film comico, come il pubblico si aspetta da Chaplin:
tra le sequenze più esilaranti si ricordano il balletto in cui il dittatore, ribattezzato Adenoid Hynkel, gioca a palla con un mappamondo fino a che questo gli esplode fra le mani, la visita di “Buffolini” in “Tomania”, e la serena tranquillità con cui il barbiere ebreo — che somiglia a Hynkel come una goccia d’acqua - si ostina a riaprire la sua botteguccia nel bel mezzo di un pogrom.
Ma il finale è commosso e commovente:
Charlot ebreo prende il posto del dittatore Hynkel e arringa i soldati persuadendoli a fare la pace e a smettere di insanguinare il mondo.
Per la verità, c’è un altro film in buona parte comico nella lista dei film disponibili, ed è un film che tutti hanno visto: La vita è bella. Benigni rischia di più, se non altro perchè il film è del 1998, e far ridere con un film ambientato, almeno nella seconda parte, in un campo di sterminio, quando se ne conosce la tragica realtà, può sembrare, al minimo, di cattivo gusto. Ma La vita è bella può e deve suscitare il riso, e nonostante tutto ci riesce: a esempio nell’impagabile scena in cui, Guido-Benigni travestito da gerarca, tiene di fronte alla perplessa Dora-Braschi, alla sua preside e alle sue colleghe, una paradossale apologia di se stesso in quanto perfetto esemplare di maschio italiano. O quando Guido-Benigni traduce il classico cartello, “vietato l’ingresso ai cani e agli ebrei”, affisso sulla vetrina di un negozio, nei soli termini in cui l’immaginazione infantile possa recepirlo; e spiega al figlio Giosuè che in fondo non c’è niente di male, che allo stesso modo il barbiere vieta l’ingresso a cinesi e canguri, mentre la loro piccola libreria non servirà più né ragni né visigoti. E’ la prima volta, se non andiamo errati, che in un film italiano si parla delle leggi razziali promulgate nel nostro paese nel 1938: e un film che è in fondo una fiaba e quindi può sembrare lontano dalla funzione di memento che abbiamo attribuito a questo elenco, assume così anche una funzione importante di testimonianza, fra tanti film che spesso, anche in buona fede, limitano allontani tedeschi il ruolo di carnefici e a lontani ebrei con riccioli e barbe nere il ruolo di vittime. La vita è bella fa capire immediatamente a un italiano di oggi, che guarda e si immedesima istintivamente nell’italianissimo Guido dell’italianissimo Benigni, la violenza e la assurdità del concetto stesso di razza, prima ancora che delle leggi che avrebbero dovuto regolarne la salvaguardia. Poi il film precipita nell’universo concentrazionario e lo reinventa, portando all’estremo il proprio rischio e in fondo anche la propria bellezza: e riesce ancora a farci ridere, come nella famosa scena nella quale il nazista strepita in tedesco i suoi ordini di morte, e Guido, autoproclamatosi interprete, lo doppia in simultanea, trasformando, a beneficio di suo figlio le minacce e le punizioni in regolamento di un grande gioco, che promette come primo premio un carro armato vero. D’altra parte, proprio Giosuè, dopo che il gioco si è rivelato mortale, scoprirà grazie alla magica apparizione del carro armato americano che non si trattava affatto di un gioco: “allora era vero, era vero... “ Questo continuo rovesciamento fantastico, fra gli echi di una storia spaventosa e i toni lievi di una favola surreale, potrà sembrare estremamente rischioso, ma la compresenza di witze di schmaltz, ovvero di umorismo e di pathos (o di tragedia), costituisce da sempre una caratteristica ricorrente nella grande letteratura ebraica, alla cui tradizione il film di Benigni si riallaccia, lasciandoci disorientati: Guido, difatti, muore, ma Giosuè avrà il suo carro armato vero, e ritroverà anche sua madre, miracolosamente sopravvissuta, che lo abbraccerà e lo conforterà dopo il sacrificio del padre ebreo.
Sopravvivono anche, in buona parte, gli ebrei salvati da Oskar Schindler nel magistrale film di Steven Spielberg: a differenza del film di Benigni, che è una favola tragica e comica al tempo stesso, è un episodio storico, basato sul fatto che Schindler - definito dal regista di Shoah “un gangster tedesco di poca importanza” — acquista dai nazisti un certo numero di ebrei per procurarsi a buon prezzo operai nella sua fabbrica. Ma Schindler a poco a poco si rende conto della sorte a cui gli ebrei erano destinati, e del rifugio che loro aveva offerto, di fatto salvandoli. “Questa lista è la vita”, dice Stern, il contabile della ditta, battendo a macchina i nominativi degli ebrei che Schindler aveva comprato e di conseguenza salvato: “tutto intorno, ai suoi margini, c’è l’abisso”. E più tardi, quando arriva la notizia della sconfitta del Reich, in una scena che può suonare melodrammatica, Schindler scoppia in singhiozzi accusandosi di non aver fatto abbastanza: “Perché non ho venduto l’automobile? Avrei salvato altre dieci persone... E questa spilla? Due persone Comunque una didascalia ci informa che al giorno d’oggi gli ebrei residenti in Polonia sono quattromila, mentre i discendenti degli ebrei di Schindler sono più di seimila.

Si è deciso di dedicare un poco di spazio - e molto di più ne avrebbero meritato - a Il grande dittatore, La vita è bella, e Schindler’s list ritenendo che, nella loro diversità, fossero in grado di suggerire la varietà di approcci con cui i rispettivi autori hanno affrontato le medesime pagine di una storia recente (o, nel caso del primo film, futura), che ci auguriamo non ritorni mai più. Ci è sembrato invece che Il diario di Anna Frank e La tregua fossero di minore efficacia rispetto alla narrazione, in prima persona, dei rispettivi protagonisti; e lo stesso vale per un film tratto da un romanzo come Il giardino dei Finzi Contini. Ma restano da segnalare ancora L’oro di Roma, perché descrive una pagina angosciosa di storia: la razzia e la deportazione di ebrei romani compiuta direttamente dai tedeschi, e non già dai loro alleati mussoliniani, come nelle altre città italiane; Vincitori e vinti, che racconta con efficacia polemica come proceda un processo a criminali nazisti, quasi tutti assolti perché gli Stati Uniti hanno bisogno di alleati, preparandosi ormai alla guerra fredda con la Russia. E ancora Arrivederci ragazzi, che illustra come i bambini ebrei non fossero al riparo dalla deportazione, pure se rifugiati all’interno di un collegio cattolico. Quanto alla realtà dei campi di concentramento, due film italiani, Kapò e Jona che visse nella balena, il secondo dei quali desunto dalle memorie del protagonista, la illustrano in tutta la sua realtà disumana; mentre Il pianista racconta, basandosi come Jona sui ricordi di un sopravvissuto, la strage avvenuta nel ghetto di Varsavia.

Spesso si è discusso sull’utilità di conservare la giornata del 27 gennaio come momento dedicato esclusivamente alla shoah: c’è chi preferirebbe, nel martoriato mondo di oggi, dedicarla più generalmente a tutte le guerre, tutte le stragi, tutti gli orrori. Ma ciò che questi film raccontano sono i nostri orrori, nostri in quanto europei, in quanto italiani: almeno un giorno l’anno sarebbe utile pensarci. Come si diceva all’inizio, sono anni in cui c’è chi crede sia arrivato il momento di riscrivere i libri di storia, che sarebbero “viziati” dall’ottica dei vincitori, e quindi (se ne deduce) non terrebbero in dovuto conto l’ottica dei vinti — i fascisti, i razzisti, i nazisti. E allora capiamo che vale ancora, per noi oggi, il detto di Gershom Scholem: “per quanto sublime sia l’arte di dimenticare, noi non possiamo praticarla”.

Guido Fink

 

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